Perché è talmente orrendo che non abbiamo parole. Non abbiamo parole per l’indifferenza e l’apparente normalità con cui reagiamo a notizie spersonalizzate in cui si accusa un ciclone, che nelle scorse settimane ha devestato i nostri territori, di restituire, tramite il mar Mediterraneo, corpi che parlano di vite spezzate.
Dimentichiamo che dietro quella restituzione di corpi ci sono scelte politiche. Perché prima di Cutro o Lampedusa non ci sono state allerte meteo dietro le quali nascondersi, ma la deliberata scelta di respingere l’idea che la storia dell’umanità è fatta di persone in movimento e che questo movimento è generazione di ricchezza.
Perché quando una persona arriva in un luogo ed è sola, disorientata, circondata da indifferenza, ha bisogno di una comunità di persone che la veda e sostenga la sua fiducia in una vita nuova.
Noi lo sappiamo perché lo facciamo ogni giorno nelle nostre città.
Condividiamo cene, tavolate, in cui nascono relazioni, cadono diffidenze e amicizie si rafforzano.
Cerchiamo spazi sicuri in cui poterci esercitare in una lingua comune, che diventa un ponte per condividere tempo, esperienze e racconti. Curiamo momenti di orientamento e ascolto, non per districarsi nella burocrazia, ma per non essere soli davanti a un sistema complicato, spesso, anche per chi lo conosce da dentro.
Apriamo le porte delle nostre case per condividere la quotidiana normalità, camminando fianco a fianco in quella difficile esperienza che è decidere di abbandonare il posto in cui si nasce perché nulla ha da offrire.
Non vogliamo una comunità che ospiti chi sceglie di viverci, vogliamo una comunità che cammini nella stessa direzione, a prescindere dalla provenienza geografica delle persone che la vivono.
Ogni persona che oggi studia, lavora, costruisce legami qui è la prova che l’attivismo e l’impegno di tutte e tutti noi generano comunità accoglienti, che possono cambiare il destino di un Mediterraneo confine di morte.
Se il mare continua a restituire corpi, noi impegnamoci per coltivare reciprocità e dignità.
È quello che facciamo già e per cui abbiamo deciso di esserci.

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