Mentre ricordiamo le donne uccise e ferite dalla violenza maschile, la politica continua a mandare segnali contraddittori.
Da un lato Nordio parla di “codice genetico dell’uomo” che non accetterebbe davvero la parità, come se la violenza fosse un destino biologico e non il prodotto di una cultura patriarcale che può, e deve, essere cambiata. Dall’altro Roccella minimizza l’importanza dell’educazione sessuale, negando che possa prevenire violenza e femminicidi.
Intanto, la legge sul consenso libero e attuale, quella che dovrebbe rafforzare la tutela delle vittime e riconoscere che senza un sì esplicito non c’è rapporto ma abuso, è stata di fatto bloccata: iter sospeso, tempi indefiniti, priorità politiche altrove.
È questo il punto: si annunciano nuove pene, nuovi reati, nuove “strette”, ma quando arriva il momento di mettere al centro l’autodeterminazione delle donne e il consenso come fondamento delle relazioni, tutto si inceppa.
Il 25 novembre non è una ricorrenza da riempire di retorica.
È un promemoria duro: finché le leggi che servono davvero vengono rallentate, minimizzate o messe da parte, la violenza continuerà a essere possibile.
Oggi non celebriamo niente: pretendiamo coerenza, coraggio politico e un Paese che scelga finalmente di stare dalla parte delle donne, non solo nelle dichiarazioni, ma nei fatti

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